Il film di Andreas Dresen in concorso al festival che ci riporta nella Lipsia socialista attraverso la storia di 4 amici ai tempi di Gorbachov e compagni.

“Mark: Senti le sirene della polizia Dani, questa è la nostra canzone”. Si potrebbe partire così, da uno dei dialoghi più belli di questo film per parlare di Als wir träumten (As We Were Dreaming), ovvero il nuovo e interessante film del regista Andreas Dresen, tratto dal libro omonimo dello scrittore tedesco Clemens Mayer e in concorso per l’Orso d’Oro. Questo film è innanzitutto un film fatto per i giovani, mentre molti tedeschi, in particolare quelli che durante la caduta del muro erano già adulti, potrebbero trovarlo noioso o forse non particolarmente emozionante. Invece grazie a Dresden la Berlinale, dopo i film girati tra i ghiacci, i deserti e chi più ne ha ne metta, ci riporta con i piedi a terra nella tedeschissima e socialista Lipsia, o Leipzig, come si dovrebbe propriamente chiamarla e ci racconta la storia di 4 amici ai tempi di Gorbachov e compagni.

Dani, Rico, Paul e Mark sono quattro amici che sognano, ma cosa? Quei sogni che potrebbe voler realizzare un qualunque ragazzo di Berlino, di Parigi, di Londra o Roma anche oggi: ovvero il proprio futuro.

Non è semplice però costruire la propria vita da soli, contando solo sulle proprie forze con tutte le difficoltà che un qualunque giovane si ritrova ad affrontare nel 2015. I problemi sono diversi e allo stesso tempo molto simili a quelli di un adolescente che ha visto cadere il muro davanti ai propri occhi e scoprire cosa dall’altra parte fino al giorno prima era stato loro proibito. I protagonisti sono ragazzi che passano le loro giornate in completa libertà, senza freni, senza nessuno che riesca a mettergli il guinzaglio. La libertà è così rappresentata anche dallo spaccare le macchine, rubarle e correre all’impazzata, bere birra e sputarla fuori dal finestrino: non si può che dire, ragazzate ma la libertà si vive anche così, con incoscienza e senza regole mandando a quel paese la Polizia. Le scene sono ben girate, ottima la fotografia che ci porta proprio dentro quelle automobili dove l’incoscienza è nell’aria, offuscata magari da qualche canna. Il parallelo è quindi fatto: il muro cade, il mondo cambia e tutti cercano la propria identità e c’è finalmente, abbattute le rigide regole socialista la libertà di farlo. Nessuno sembra badare loro, con i genitori che non esistono o come nel caso di Dani la madre è solo di sfondo per poco, attiva la fantasia e i sogni, tra i quali quella di aprire un locale dove si vive di musica techno dal nome Eastside, in uno dei tanti edifici abbandonati in città.

Il mondo degli adolescenti che non vede confini arriva però ad un punto nel quale subentrano dinamiche sociali più complesse, o meglio più organizzate, come quella di un gruppo di skinhead neonazi delinquenti che decide di far chiudere il locale da sogno a suon di cazzotti, nasi e labbra spaccate al fine di fargli ricordare chi davvero comanda in città. Che qualcosa nell’aria stia succedendo, mentre i ragazzi crescono Dresden sceglie di farcelo solamente percepire, annusare, senza però esplicitarlo in senso storico e il perché lo spiega lo stesso regista: “nel libro c’era un capitolo dove i protagonisti andavano ad una manifestazione e si mettevano a scattare fotografie, abbiamo deciso fin dall’inizio di togliere questo passaggio, anche Mayer era d’accordo, non era necessario esplicitare tutto, la percezione del mondo che cambia arriva lo stesso allo spettatore”.
Questo film è quindi un crescendo di situazioni dove i protagonisti devono riuscire a confrontarsi e spesso la realtà delle cose è molto più dura di quella che avrebbero immaginato. C’è chi finirà per finire in riformatorio, chi perderà la testa come Rico durante un combattimento di box e chi avrà una fine più triste legata al mondo delle droghe. Proprio quest’ultime sono uno dei passaggi importanti del film: bisogna sperimentare tutto e ovviamente come non partire dalle sostanze stupefacenti? Così poco a poco, passata la fase dell’eccitamento e della scoperta, le droghe andranno a logorare quei rapporti che invece, quando erano ancora piccoli e con il muro saldamente retto, sembravano inossidabili, con le loro divise e i fazzoletti rossi da bravi “pionieri”.

Che esperienza ha avuto dalla caduta del muro?
“Quando il muro è caduto io avevo circa 26 anni, quindi ero già in una età più avanzata rispetto ai protagonisti, ho avuto esperienze diverse, una generazione più avanti. Per quanto mi riguarda la caduta del muro è stato un momento di pura riorganizzazione, qualunque cosa doveva essere fatta in modo diverso, basti pensare a come venivano finanziati i film, c’erano altre procedure, Questi ragazzi (i protagonisti) si sono ritrovati da soli, non c’era nessuno che si è preso cura di loro, c’era molta libertà ma bisognava capire anche come utilizzarla”.

Quale messaggio c’è dietro questo film?
“Volevamo raccontare la storia di 4 ragazzi, la storia inizia quando sono bambini e poi via via crescono e si ritrovano ad affrontare la società. Non era mia intenzione quella di creare un messaggio sulla Germania di oggi. Questo film ovviamente ha tanti interessi politici, ma per un regista come me era importante raccontare una storia, entrare nel film e vedere cosa si può di interessante offrire al pubblico e portare in scena il più possibile le esperienze di questa generazione di ragazzi e quali conseguenze ci sono state ai giorni nostri che viviamo in un mondo pieno di insicurezza”.

Quali differenze tra ieri e oggi?
“La Germania socialista era stata costruita come un mondo sicuro, dove lo Stato offriva qualcosa, ricordo ad esempio i corsi di cucina a scuola: c’era un interesse ad adattare i ragazzi al mondo che si era costruito da questa parte del muro, abbiamo fatto tante cose utili, però allo stesso tempo era un mondo orribile e alquanto noioso. Dopo la caduta del muro i giovani si sono trovati da soli, nessuno si è preso la briga di aiutarli, la metafora che mi viene da fare è quella di tanti pesci dentro un acquario che si ritrovano da un momento all’altro nel mare, finalmente potevi nuotare ovunque, il problema è che la fuori c’erano i pesci più grossi, anche se ovviamente di tornare dentro l’acquario nessuno aveva la ben che minima intenzione.

Oggi i ragazzi fanno difficoltà a trovare spazi da occupare. All’inizio degli anni ’90 non cerano regole potevi fare feste in luoghi abusivi, sperimentare la cultura di un certo tipo di illegalità: era tutto fantastico e pericoloso allo stesso tempo. Oggi invece è tutto organizzato, ci sono i social media, è tutto noioso e più complicato, mentre per quanto mi riguarda è giusto essere un po’ anarchici, bisogna continuare a fare domande per cambiare la società di oggi, le nuove generazioni devono continuare a fare richieste e provocare, noi “vecchietti” tutto sommato viviamo bene, i giovani invece devono mettere in discussione quello che fino ad oggi si è costruito per loro. Per quanto mi riguarda, se osservo la Germania l’unica città davvero riunificata è proprio Berlino, dove si vive tutti assieme in armonia. Berlino è davvero così, non vedo differenze, non puoi sapere se una persona viene da est o da ovest e questo è un bene, mi ritengo fortunato a vivere in una città così internazionale”.

Perché ha scelto questo libro?
“Una delle prime cose che mi ha colpito nel libro di Clemens Mayer è stato l’approccio totalmente diverso rispetto a tutti gli altri libri che sono stati scritti su questo periodo. Questo libro parla di un gruppo di giovani nessuno forse in questo modo così diretto ha voluto raccontare questa generazione, il libro parla di possibilità, di brutalità ma allo stesso tempo è pieno d’amore e cosa importante non c’è traccia di nessun tipo di ideologia.

Quali sono i sogni dei protagonisti?
“Quando il muro è caduto, i ragazzi della mia generazione non avevano il tempo di sognare, c’era un paese da riorganizzare. Però se sei ancora un ragazzino tutto sembra così chiaro e così possibile come ad esempio avere un bellissimo lavoro. Il mio sogno quando avevo 17-18 anni era di viaggiare e scoprire il mondo. Riuscivo a farlo solamente quando andavo al cinema ad esempio al festival di Leipzig e in questo modo avevo una finestra sul mondo grazie ai film. Sei dentro l’acquario e il sogno è il mare. I sogni alla fine sono per tutti gli stessi, sono sogni quasi naif. Nel film per esempio succede che qualcuno arriva e ti dice: “fai quanto rumore vuoi, ma il mercato è nostro”. Quella scena è la descrizione dell’inizio dei problemi, tu vuoi sognare, le regole non esistono, qualcuno cerca di importele e tu fai finta di nulla finché non ti menano, una, due tre volte.
Alla quarta sei nel mondo degli adulti e capisci. La cosa bella però è che nel mentre arriva una nuova generazione che dovrà scoprire come entrare nel mondo degli adulti in modo creativo”.

In conclusione questo è un bel film solido e mai noioso, forse con qualche stereotipo di troppo, ma le scelte del regista sono ben motivate e trovano poi riscontro nelle due ore di proiezione. Questo film sicuramente farà parlare in Germania e speriamo che troverà distribuzione anche in Italia, perché è tra quelli che abbiamo trovato più interessanti a questo festival di Berlino.

DSC_3140

DSC_3142

DSC_3147

DSC_3151

DSC_3158